Comportamenti autolesivi: sedazione e piacere

“A volte l’uomo è straordinariamente,
appassionatamente,
innamorato della sofferenza”

F.M. Dostoevskij

Che una persona possa giungere deliberatamente ad infliggersi ferite, graffiarsi, scorticarsi, prodursi ustioni, strapparsi capelli o ciglia, può apparire senza dubbio qualcosa di molto sorprendente per chi non è esperto in materia. Ancora più sorprendente è il fatto che tutto questo porti a generare un certo godimento. Negli ultimi anni stiamo registrando un forte aumento dei disturbi ossessivi compulsivi basati sul piacere, sempre più diffusi soprattutto tra i giovani.

Molti autori se ne sono occupati e spesso ne hanno dato una interpretazione che risulta oggi poco calzante sia al problema che alla soluzione, fornendo cioè una immagine del disturbo molto legata a pregiudizi moralistici/riduttivisti e rifiutando l’idea che tali pratiche possano essere vissute dalla persona che le compie come una forma di piacere.

La maggior parte degli autori che si sono occupati di autolesionismo sembrano rifiutare questo dato così importante (Levitt et al, 2004; Zerbe, 2008; solo per citare due tra i lavori più recenti) per definire chiaramente il problema e conseguentemente trovare, nel più breve tempo possibile, una soluzione. Va chiarito che il piacere non è la molla scatenante, bensì qualcosa che si innesca con la ripetizione del rituale. L’autolesionismo (che risulta essere frequentemente associato a una qualche forma di disordine alimentare) molto spesso parte con uno scopo “compensatorio” rispetto ad una sofferenza psicologica, ma poi, a forza di ripetersi, si trasforma e diventa una compulsione piacevole e incontenibile. Stessa cosa vale per il Vomiting (o Sindrome da Vomito o Bulimia Nervosa con condotte di eliminazione, per il DSM); dove infatti, la persona che giunge  a mangiare ed a vomitare compulsivamente, anche svariate volte  al giorno, inizia tale pratica come Tentata Soluzione per raggiungere e/o mantenere il peso forma, ma con il tempo e la ripetizione della sequenza, la percezione cambia e fa scattare il piacere!

In Terapia Strategica si procede attraverso diagnosi operative e questo ci permette di conoscere una patologia, non dall’esterno, ma misurando gli effetti che su di essa hanno gli interventi terapeutici costruiti ad hoc in 30 anni di ricerca e di pratica clinica del Professor Nardone, in primis, e di tutti i suoi allievi e collaboratori. Proprio l’applicazione con successo di tali protocolli, su migliaia di casi, ha permesso di mettere in luce il vero funzionamento del problema e di individuare che l’effetto sedativo prodotto dalla messa in atto del comportamento si trasforma, entro qualche mese, in un rito piacevole e irrinunciabile. Inoltre, sono gli stessi pazienti a riferircelo e a diventare sempre più collaborativi se il terapeuta mostra di conoscere  a fondo ciò che sta sotto la tortura.

Tutto si evolve ed anche rapidamente. Infliggersi ferite o altre forme di sofferenza continua ad avere nel tempo un effetto anestetico ma il suo ripetersi e la sua persistenza ne trasformano la funzione iniziale.

Quando in seduta, emerge che gli atti autolesivi e compulsivi si sono ormai strutturati in un rituale basato sul piacere, possiamo “costruire” e prescrivere un “controrituale”. Esso deve essere calzante alla persona che lo compie ed al suo problema e deve servire a trasformare il piacere in qualcosa di sgradevole.

Dopo una minuziosa analisi, in seduta, su come funziona il problema, il terapeuta strategico procede attraverso la creazione, appunto, di un nuovo rituale, questa volta terapeutico, ideato per condurre la persona alla riacquisizione del controllo di ciò che prima era irrefrenabile, compulsivo.

In base ai dati del Centro di Terapia Strategica entro 5 sedute si osserva l’estinzione della compulsione; questo perché cambia la percezione: da piacevole a faticosa!

In ultimo, è importante chiarire che qui stiamo parlando di comportamenti autolesivi minori (mordersi, strapparsi capelli e ciglia, scorticarsi, procurarsi piccole ustioni, prodursi tagli) e deve essere altrettanto chiaro che questi comportamenti non hanno niente a che fare con atti suicidari, dove l’intento è quello di mettere fine alla propria vita.

 

Bibliografia

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